mercoledì 21 settembre 2011

Ci provo

Ieri 20 settembre cadeva il 141º anniversario della breccia di Porta Pia. Scadeva anche il termine per la partecipazione al premio "CITTA' DI MELEGNANO" per studi e ricerche di ambito melegnanese – Anno 2011.

Ho voluto provare: ho presentato uno smilzo libretto dal titolo Appunti melegnanesi. Per invogliarvi alla lettura, ecco l'indice dei capitoli:

1 Il Medeghino azzoppato
2 1563 o 1564?
3 Una famiglia avvelenata dai funghi
4 Medìceo o medicèo?
5 Melegnanesi illustri
6 Spigolature
6.1 Melegnano all'Inferno
6.2 Ma Meregnan vuole l'accento?
6.3 In tribunale a Lisbona
6.4 Una tipica melegnanese

Lo trovate qui.

lunedì 19 settembre 2011

Un blog interessante

Un mese fa, una persona che mi è cara ha aperto un blog molto interessante su un tema che sicuramente angoscia molti genitori: il piede torto congenito.
Se qualche mio lettore si trova con questo problema, ci dia una bella occhiata...

lunedì 8 agosto 2011

1563 o 1564? Facciamo chiarezza sulla vera data del Perdono

C'è un po' di confusione sull'anno in cui Pio IV concesse alla chiesa di San Giovanni Battista di Melegnano la famosa bolla del Perdono: per molti è il 1563, per qualcuno è il 1564. Avevo già trattato l'argomento sul Melegnanese nel lontano 1974, ma, vista l'incertezza tuttora regnante, ne riparlo sperando di fare chiarezza una volta per tutte. E per chi volesse osservare che, trattandosi di un solo anno di differenza, le cose non cambiano molto, rispondo che per uno storico l'esattezza non è una virtù: è un dovere.

L'opinione che l'anno della bolla sia il 1563 si basa sul testo stesso della celebre pergamena, in cui si legge questa data: Datum Rome apud Sanctum Petrum anno incarnationis Dominice millesimo quingentesimo sexagesimo tertio, tertiodecimo kalendas februarii, pontificatus nostri anno quinto (“Roma, presso San Pietro, il 20 gennaio dell'anno dell'incarnazione del Signore 1563, anno quinto del nostro pontificato”).

Qualcosa però non torna: se Pio IV fu eletto papa il 25 dicembre 1559, allora il 20 gennaio 1563 è nel quarto anno di pontificato e non nel quinto. Forse è un errore dell'amanuense, come quell'altro che gli viene attribuito dalla tradizione meregnanina sulla durata dell'indulgenza?

Per chiarirci le idee, cerchiamo nelle opere dello storiografo melegnanese don Cesare Amelli: vediamo che in quasi tutti i suoi scritti egli riporta la data tradizionale, spesso con la circonlocuzione “la bolla che reca la data del 20 gennaio 1563”, ineccepibile ma un po' ambigua. In almeno due casi però afferma che la vera data è l'anno 1564.

Nel fascicolo 7 dell'Enciclopedia melegnanese (che risale al 1982-3), dopo aver trascritto il testo della bolla così commenta:

La data riferita è il 20 gennaio 1563. Secondo il computo, per le bolle papali, del calendario ai tempi di Pio IV (sistema cronologico cosidetto fiorentino connotato specificatamente con la dicitura " anno Incarnationis Domini " come appunto è nella nostra bolla) con inizio dell'anno al 25 marzo, la vera data sarebbe quella del 20 gennaio 1564, che è precisamente l'anno quinto del pontificato di Pio IV.

In un altro saggio, I fondamenti storici dell’indulgenza detta “del Perdono” di Melegnano, conservato in formato elettronico nell'archivio della basilica di San Giovanni Battista (il file riporta la data del 29/1/2002), afferma in modo più deciso:

Per quanto riguarda l’anno, il computo Incarnationis Dominicae significa che, per la Santa Sede, l’anno iniziava non il 1° di gennaio, ma il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione della maternità di Maria, cioè della concezione di Gesù. E quindi l’anno finiva il giorno 24 marzo dell’anno dopo.

Quindi, la data della bolla pontificia 20 gennaio 1563, per noi è precisamente il 20 gennaio 1564.

Essendo stato il concilio di Trento chiuso definitivamente il 4 dicembre 1563, ecco che la nostra indulgenza, essendo nella data civile nostra 1564, è stata una delle prime che il papa ha voluto concederci appena finito da un mese e mezzo il memorabile concilio.

Come si vede, qui don Amelli afferma chiaramente che la bolla fu concessa il 20 gennaio 1564 secondo il nostro calendario.

Approfondiamo la questione.

È nota”, dice il Cappelli nel suo manuale di Cronologia, “la diversità che correva nel Medio Evo tra paese e paese ed anche fra diversi in una stessa città, riguardo al principio dell'anno. Rimanendo uguale per tutti i sistemi l'indicazione dei mesi e dei giorni, la data dell'anno di uno stesso avvenimento poteva variare di una unità più o meno a seconda dello stile usato”.

Lo stile odierno, che conta gli anni a partire dal primo gennaio, era quello usato dagli antichi Romani e non fu mai del tutto abbandonato. Ma nel Medio Evo furono molto usati alcuni altri stili legati alle feste religiose cristiane.

Il più diffuso era lo stile della Natività, che faceva cominciare il nuovo anno col 25 dicembre. Anche i notai melegnanesi del Quattrocento lo usavano. Per loro, ad esempio, al 24 dicembre 1430 seguiva il 25 dicembre 1431, anticipando il nuovo anno di una settimana rispetto a noi. In altre parole, un documento del 24 dicembre 1430 era da loro datato “24 dicembre 1430”, esattamente come avremmo fatto noi; ma un documento del giorno successivo, cioè del 25 dicembre 1430, veniva datato “25 dicembre 1431”.

Altri due stili, detti dell'Incarnazione, facevano invece cominciare l'anno il 25 marzo, festa dell'Annunciazione di Maria, cioè giorno del concepimento di Gesù. I due stili differivano tra loro esattamente di un anno: quello pisano anticipava di oltre nove mesi, quello fiorentino invece ritardava di quasi tre mesi.

In pratica, per chi usava lo stile dell'Incarnazione al modo fiorentino i giorni dal primo gennaio al 24 marzo continuavano a essere contati come appartenenti all'anno precedente. Un documento datato con questo stile segna un anno in meno rispetto a noi dal primo gennaio al 24 marzo, mentre concorda con noi per il resto dell'anno. Per il modo pisano succedeva l'inverso.

Orbene, è assodato che all'epoca di Pio IV la curia romana datava i brevi con lo stile della Natività, ma per le bolle usava lo stile dell'Incarnazione al modo fiorentino. Questo vuol dire che i documenti emanati lo stesso giorno dalla curia potevano riportare una data diversa, per quanto riguardava il numero dell'anno, a seconda che fossero bolle o brevi. A noi può sembrare strano, ma per loro era una consuetudine secolare.

In conclusione non c'è dubbio che la vera data della bolla del Perdono sia il 20 gennaio 1564.


Bibliografia:

Cesare AMELLI, Enciclopedia melegnanese, fasc. 7: “Perdono – Testo della bolla – Festa e fiera”. Melegnano [1982?].

Cesare AMELLI, I fondamenti storici dell’indulgenza detta “del Perdono” di Melegnano. [2002?].

Luigi BARDELLI, “Una nuova ipotesi sulla data del Perdono”, in Il Melegnanese, VII (1974), n. 7 (1° aprile).

Adriano CAPPELLI, Cronologia, cronografia e calendario perpetuo. 3. ed. aggiornata. Milano, Hoepli, 1969.

lunedì 22 novembre 2010

Giacinto Coldani (3)

Ciao ai miei tre lettori: non sono morto... Ecco la terza puntata della biografia del canonico Giacinto Coldani (1696-1752).

Un po' di tempo fa l'abbiamo lasciato residente a Milano nel 1728 per motivi di studio.

Ora aggiungiamo che nel 1733 il nostro venne scelto a coprire uno dei due canonicati da poco creati dalla famiglia Baruffi nella collegiata di Melegnano, incarico che tenne fino alla morte, seguita in Melegnano il 4 settembre 1752. I funerali furono celebrati il giorno seguente, con la partecipazione dell'intero capitolo, e la salma fu tumulata nella chiesa di San Giovanni Battista sotto il pavimento davanti all'altar maggiore, nella tomba riservata ai prevosti e ai canonici.

Della vita del Coldani canonico sappiamo poco. Possiamo immaginare che partecipasse alle varie funzioni liturgiche, cui era tenuto, contribuendo alla cura d'anime in caso di bisogno. Il Libro delle ordinazioni capitolari registra la sua partecipazione a quasi tutte le riunioni del capitolo tra il 1733 e il 1752.

Da questi verbali veniamo a sapere che il Coldani fu nominato archivista capitolare il 16 marzo 1743 e in questa veste redasse un inventario dell'archivio, tuttora conservato. A questa funzione il 17 gennaio 1749 aggiunse quella di sacrista.

Ma è probabile che buona parte del suo tempo libero lo passasse, come ipotizza il Saresani, a leggere storie d'Italia e del ducato di Milano al fine di trarne quanto potesse riguardare la storia di Melegnano, "per presentarlo dappoi come in un sol quadro unito", e a frugare allo stesso scopo negli archivi del comune, della prepositura, delle confraternite e dei conventi di Melegnano.

I risultati di queste ricerche furono da lui raccolti in due opere, completate la prima nel 1747 e la seconda nel 1749, che trattano rispettivamente della chiesa di San Giovanni Battista e del borgo di Melegnano.

Ma di queste opere parleremo in un altro post.

(continua...)

domenica 5 aprile 2009

Vedove, mogli, amanti

Leggendo il libro allegato alla rivista Le scienze, in edicola questo mese, sono incappato in una notizia curiosa riguardante il matematico svedese Gösta Mittag-Leffler (1846-1927):
Secondo il folklore matematico, è a causa sua se non viene assegnato il premio Nobel per la matematica. Si racconta che avesse una relazione con la moglie di Nobel, il quale la scoprì. È una storiella divertente, ma Nobel non era sposato.
Se ne parla anche su Wikipedia qui: dal momento che Nobel non era sposato, si tratterebbe di una leggenda urbana.

Questa notizia mi ha ricordato un'altra "leggenda urbana", quella legata alla concessione dell'indulgenza del Perdono da parte del papa Pio IV (Gian Angelo Medici) alla chiesa di San Giovanni Battista di Melegnano nel 1564. Così lo storico Ferdinando Saresani scrisse nel 1851:
Corre tuttora in Melegnano, e non interrotta pel longo volgere di anni la tradizione, che essendo il Medici solo ancora Cardinale, un giorno, dopo quelli che egli aveva passati per una visita a Milano, visitò questo Borgo, di cui era feudatario, per indi poi recarsi a Bologna, dove teneva il posto di Prolegato Apostolico. Gli abitanti tripudiavano di gioja al modesto contegno, ed alle amorevoli parole del porporato loro Signore; ma non così la vedova sua Cognata Maria Orsini, cui mordeva rancore, che a Lui fosse passata per diritto l'autorità del defunto di lei maritto Gian Giacomo, e ch'ella tanto vagheggiava per ambizione. Sopraffatta dall'irosa passione, non seppe dissimularne gli stimoli; ed all'Eminentissimo Cognato che già si appressava al Castello, non solo non degnò mostrarsi incontro, ma a colmo di dispetto, ordinò si alzasse il ponte levatojo, e gli fosse per via chiuso il passo ad entrarvi.

Fu grande l'ingiuria di quella donna ambiziosa, ma non brillò meno fulgida la virtù di quel magnanimo Prelato, che non levossi a sdegno, nè diè parola di risentimento per sì flagrante offesa. Fatto egli invece esempio di mansuetudine e modestia rivolgeva il passo per riparare altrove, da che il giorno imbruniva, e a proseguire il suo viaggio correa per lunga tratta la strada, prima che si presentasse luogo opportuno a pernottare. Ma il Proposto Parroco d'allora non volle no, che gli sfuggisse un'occasione sì opportuna a testificare al Prelato suo Signore quanta venerazione egli nutrisse per lui, o quanta stima. Gli profferse a quest'uopo la casa sua parrocchiale, e vi dispose colla possibile decenza quell'alloggio, che il Prelato stesso accettò con tanta affettuosità di animo, che eguagliava il trasporto del cuore che glielo aveva offerto.

Partì l'indomani il Medici, e col sorriso della sua bocca, e colle sue parole, mentre volea attestare al pietoso parroco la sua gratitudine per l'usatagli cortesia, voleva in pari tempo assicurarlo, che dove appena l'occasione si fosse presentata, l'avrebbe rimerito di premio. L'accorto Parroco lesse a quell'atto nell'animo del generoso porporato; e come egli seppe, che ricondotosi qual si era a Bologna, dopo la morte di Paolo IV, il Cardinale Medici venne assunto al trono Pontificio col nome di Pio IV°, presentì spuntata quell'epoca in cui dovesse compiersi una sua brama, che lo spirituale vantaggio de' suoi rendea sempre più ardente. A questo fine non servissi egli dello scritto; ma troppo bene sapendo che meglio di questo riesce e giova la parola viva, si condusse egli stesso a Roma, ed ai piedi del nuovo eletto Pontefice. E quale credete voi, sarà l'oggetto della sua domanda? Il vanitoso avrebbe chiesto tutt'altra cosa: ma il buon pastore, e sollecito del bene delle pecore a lui affidate, avvanzò un'istanza, perchè gli fosse concesso un tesoro che è meglio, che tutti i tesori della terra, voglio dire quella Plenaria Indulgenza, che tuttora fa distinto sovra mille altri, questo Borgo. [...]

Di quale credibilità vorrà degnarsi dal lettore questa mia narrazione, non lo saprei calcolare
Già Cesare Amelli nel 1963 evidenziava una grave incongruenza in questo racconto: la moglie di Gian Giacomo Medici, Marzia Orsini, era premorta al marito nel 1548, parecchi anni prima che il cognato Gian Angelo, il futuro Pio IV, diventasse cardinale.

Anche qui una vedova inesistente, come una moglie inesistente nel caso di Nobel, ci segnala che siamo in presenza di una "leggenda urbana"?

Lo stesso Amelli nel 1973 dichiarava:
Il racconto della tradizione che presenta la cognata vedova che alza il ponte levatoio per rifiutare il cardinale è una storiella, è una fantasiosa colorita fiaba da letteratura infantile. [...] A fondamento della concessione della Bolla non sta, dunque, una bieca arruffata vicenda familiare, e neppure un atto di specifica eccezionale riconoscenza campanilistica; ma sta il desiderio del papa Pio IV di diffondere l'uso delle indulgenze, secondo il rinnovato clima religioso morale della Controriforma e la nuova disciplina conciliare.
A queste parole allora avrei sottoscritto pienamente. Per come la vedevo, all'origine del racconto del Saresani c'era una leggenda eziologica nata tra la gente di Melegnano a causa del fraintendimento della parola "Perdono". Perché Pio IV aveva concesso il Perdono? Ovviamente perché in qualche modo era stato offeso. E da chi era stato offeso? Qui qualcuno aveva scatenato la fantasia, inventando una inesistente cognata vedova e un episodio degno di un romanzo storico d'ambientazione medioevale. Qualcun altro (forse lo stesso Saresani), al corrente del vero significato della parola "Perdono", aveva accolto la storia dell'offesa divenuta tradizionale, ma aveva collegato l'indulgenza a un sentimento di riconoscenza provato dal futuro papa per l'ospitalità dei melegnanesi.

Ero molto soddisfatto da questa ricostruzione, che mi pareva economica e razionale. Tutto bene, dunque?

Ahimè no, l'avevo fatta troppo semplice. Alla fine è saltato fuori che un rifiuto d'ospitalità c'era stato davvero e che si trattava proprio di "una bieca arruffata vicenda familiare", legata ai pessimi rapporti tra Giovan Angelo da un lato e il fratello Agosto e la moglie di quest'ultimo dall'altro. Lo stesso Amelli ha scoperto la fonte e ne parla nel suo libro del 1995 su Pio IV. Poiché il libro da cui l'Amelli ha tratto la notizia può essere letto su internet, metto qui un bel link alla pagina:

Testo non disponibile

Allora: la storia dell'affronto subito dal futuro papa Pio IV compare in un volume pubblicato nel 1857, sei anni dopo le parole del Saresani, in una relazione dell'ambasciatore veneto Girolamo Soranzo datata 14 giugno 1563, che il curatore Albèri dichiara inedita (a pag. 65). A meno che l'episodio non sia citato anche in qualche altra opera precedente al XIX secolo, dobbiamo concludere che a Melegnano nell'Ottocento circolasse una tradizione orale vecchia di tre secoli, appena appena deformata, che (forse erroneamente) veniva collegata con l'indulgenza del Perdono.

La morale? Forse ad avere una relazione col matematico Mittag-Leffler non è stata l'inesistente moglie di Nobel ma l'amante. Bisognerebbe approfondire.


Bibliografia:
  • John Derbyshire, L'ossessione dei numeri primi. Bernhard Riemann e il principale problema irrisolto della matematica, Torino, Bollati Boringhieri, 2006 (ora La biblioteca delle Scienze, 2009), pag. 108, nota 3.
  • Giacinto Coldani - Ferdinando Saresani, Cenni storici dell'antico e moderno insigne borgo di Melegnano, Melegnano, Dedè, 1886, pag. 46-48 (= f. 13,2ss. del manoscritto).
  • Cesare Amelli, Il Perdono di Pio IV, Melegnano 1963 (I libri della collana storica melegnanese, 5), pag. 24-25.
  • Cesare Amelli, Festa e fiera del Perdono di Melegnano, Melegnano 1973, pag. 8-9.
  • Cesare Amelli, Il cuore e la legge, Giovanni Angelo Medici papa Pio IV, Melegnano 1995. pag. 58-59.
  • Le relazioni degli ambasciatori veneti al Senato durante il secolo decimosesto edite dal cav. Eugenio Albèri, Firenze, Società editrice fiorentina, 1857, volume X (serie II, tomo IV), pag. 94.

giovedì 5 marzo 2009

L'eresia di padre Coyne

Accolto da recensioni favorevoli, lo scorso autunno è uscito da Longanesi La variabile Dio. In cosa credono gli scienziati? Un confronto tra George Coyne e Arno Penzias di Riccardo Chiaberge, giornalista del Sole 24 Ore. Tutti hanno apprezzato l'idea di mettere allo stesso tavolo due personaggi come il cattolico George Coyne, gesuita e direttore della Specola Vaticana di Castelgandolfo dal 1978 al 2006, e il laico Arno Penzias, ebreo ateo e premio Nobel per la fisica nel 1978, per trattare il tema spinoso del rapporto tra scienza e fede.

Ho trovato il libro molto interessante, ma non voglio farne l'ennesima recensione.

Voglio parlare di una stranezza, un particolare secondario rilevato per quanto ne so dal solo Piergiorgio Odifreddi in una sua recensione: nel corso del dibattito padre Coyne avrebbe espresso l'opinione che Dio non sarebbe onnisciente. Dice Odifreddi:
Quanto a padre Coyne, non solo non vede Dio come la spiegazione dei fenomeni naturali, ma addirittura non crede che Egli potesse sapere che sarebbero comparsi gli esseri umani: poteva solo sperarlo, e pregare affinché noi diventassimo realtà.
Anche Orlando Franceschelli, a pag. 25 dell'Almanacco di scienze di Micromega appena uscito in edicola, attribuisce a padre Coyne questa eresia. Perché negare l'onniscienza divina è un'eresia bell'e buona.

Padre Coyne è dunque un eretico? Ma la benevola recensione dell'Avvenire non ne fa cenno. E onestamente anch'io faccio molta fatica a credere a tale misfatto. Ho letto il libro Viandanti nell'universo. Astronomia e senso della vita di George Coyne e Alessandro Omizzolo (Mondadori 2000) e ci ho trovato la più perfetta ortodossia.

Ma andiamo a pag. 40-41 del libro di Chiaberge. Le precise parole di padre Coyne sono queste:
"L'universo rivela il dinamismo dell'evoluzione. Avrebbe Dio potuto sapere se fosse stato solo immanente nell'universo e non trascendente? Avrebbe potuto sapere che noi saremmo apparsi sulla Terra dopo miliardi di anni dal Big Bang? No, non poteva saperlo. Non poteva sapere ciò che non era conoscibile e la comparsa degli esseri umani non è stata soltanto il risultato di processi necessari, ma di una mescolanza di caso e necessità e di un universo molto fertile. Dio sperava che noi saremmo un giorno esistiti. Potrebbe aver pregato perché diventassimo una realtà vivente. Ma non avrebbe potuto rendere necessario questo esito, perché ha fatto un universo che non ci ha determinati solo attraverso processi di necessità. Se credo in Dio, se mi sforzo di capire il Dio che amo e che credo abbia creato l'universo, allora la natura stessa dell'universo ha qualcosa da dirmi riguardo a quel Dio."
Nel brano c'è qualcosa che non va. Si comincia affermando che, se Dio fosse solo immanente nell'universo, non avrebbe potuto prevedere la comparsa dell'uomo, perché l'universo ci ha generati non solo tramite leggi necessarie ma anche tramite il caso. Ma poi il brano prosegue affermando in modo assoluto, e non più sotto ipotesi, questa mancanza di preveggenza divina.

Sembrerebbe che Chiaberge abbia frainteso il discorso di padre Coyne. Ne abbiamo la conferma più avanti nel libro, a pag. 91-92:
[Chiaberge:] Ma torniamo all'ipotesi del multiverso. I cristiani fondamentalisti, come pure una parte della Chiesa cattolica, vedono in queste teorie l'ultimo disperato tentativo degli atei di dimostrare che non esiste nessuna finalità, nessuna teleologia, e che il cosmo, l'emergere della vita e della coscienza, sono governati dalla cieca casualità. Ma George ha affermato poco fa qualcosa che sembra avallare queste tesi. Ha detto che Dio, nell'atto di creare il mondo, non poteva immaginare che l'uomo avrebbe fatto a un certo punto la sua comparsa... Quindi poteva ben creare infiniti universi, e (per usare un'espressione di Einstein) giocare a dadi con il mondo e stare a vedere cosa sarebbe successo.
Il gesuita astronomo ci ferma con decisione. "Un momento, io avevo premesso che, per amore di argomentazione, consideravo Dio solo immanente nel mondo e non anche trascendente, come in effetti è. La verità teologica nella tradizione cattolica e cristiana è che Dio, mentre è immanente, è anche trascendente ed eterno. Il che significa che per Dio non esiste il tempo, o, se preferisci, che ogni cosa è simultanea a Dio. Lui conosce tutto subito. Ma io faccio l'ipotesi di un Dio solo immanente all'universo, ammesso e non concesso che lo sia, solo per enfatizzare la natura dell'universo. Cioè, osservo i processi evolutivi che sono all'opera nell'universo, insieme caso e necessità. Ci sono delle leggi di natura - quale che sia il significato che vogliamo dare a questa espressione. Se faccio cadere quest'oggetto - dice sollevando il bicchiere dal tavolo - esso cade. Se lo faccio cadere sulla luna, cade, con una diversa accelerazione ma cade. Io accetto che la legge di gravità e le leggi della combinazione chimica, per esempio, siano universali. Altrimenti non sarei in grado di fare il lavoro scientifico."
Anche qui la sintesi è probabilmente carente (si fanno esempi di necessità, ma nessuno di caso), ma almeno il senso è chiaro: per padre Coyne un Dio immanente nell'universo, ma non anche trascendente, potrebbe sapere solo ciò che è prevedibile in base alle leggi naturali. Dal momento che l'evoluzione dell'universo non è esclusivamente frutto di processi necessari, un Dio solo immanente non avrebbe potuto prevederne lo sviluppo. Ma un Dio trascendente "conosce tutto subito".

Odifreddi (e Franceschelli) ha dunque attribuito a padre Coyne un'opinione che padre Coyne in realtà non ha espresso. Padre Coyne non è un eretico.

martedì 24 febbraio 2009

Giacinto Coldani (2)

Ecco la seconda puntata della biografia del canonico Giacinto Coldani (1696-1752).

Nel 1717, dopo un silenzio quasi decennale (dovuto sicuramente alla lacunosità delle nostre fonti), la famiglia Coldani riappare negli Stati d'anime come residente alla Rampina. Rispetto alla precedente notizia del 1708, mancano Antonio e Francesca (morti? sposati?), ma è presente l'ultimogenita Lucia. La famiglia è ancora registrata alla Rampina dal 1718 al 1721, ma nell'ultimo anno non compaiono più Giacinto e Angela Francesca. (Per la segnalazione di questi Stati d'anime ringrazio Doretta Vignoli.)

Allo stato attuale delle ricerche non siamo in grado di precisare il curriculum scolastico del Coldani né quando e come maturò la sua vocazione ecclesiastica.

A quei tempi il seminario costituiva la strada per il sacerdozio solo per una minoranza degli aspiranti. Molti chierici compivano gli studi in collegi o scuole di religiosi, o trasferendosi in casa di un sacerdote già esperto. La curia arcivescovile verificava la maturità dei candidati prima di ammetterli agli ordini e concedeva la licenza di celebrare messe, amministrare i sacramenti e tenere scuola, secondo le regole fissate dalla legislazione diocesana. (Per le notizie sul reclutamento del clero secolare nel XVIII secolo ringrazio l'amico Marco Gerosa, che mi ha indirizzato a un saggio di Danilo Zardin.)

Il Coldani probabilmente non frequentò il seminario. I registri delle ordinazioni, conservati nell'Archivio storico della diocesi di Milano, indicano esplicitamente la provenienza di un candidato dai seminari diocesani, ma per il Nostro è indicata solo l'appartenenza alla prepositura di Melegnano o, più genericamente, alla diocesi di Milano.

Il 16 dicembre del 1718 il Coldani ricevette la tonsura; il 23 febbraio 1720 gli ordini minori; il 21 settembre dello stesso anno il suddiaconato; il 21 dicembre il diaconato. L'8 marzo 1721 finalmente venne ordinato sacerdote.

In vista dell'ordinazione al suddiaconato veniva predisposto dalla Cancelleria arcivescovile un fascicolo personale, che documentasse i titoli posseduti dal candidato. Da questo fascicolo traiamo alcune informazioni.

Il chierico Giacinto Coldani risulta residente in Milano, nella parrocchia di San Calimero. Ha i titoli morali richiesti: si è confessato e comunicato nell'anno 1720 due volte al mese, ha svolto nella chiesa di San Calimero "le sue fontioni ecclesiastiche in habito clericale, con la cotta e chierica", partecipando "alla Santa Messa e Vesperi" "e si è diportato laudabilmente". E finalmente veniamo a sapere quali scuole stava frequentando: "Scuola di Lettere. Et è venuto di continuo alla Scuola nostra, dove ha atteso a imparare, e si è diportato costumatamente", firmato "D. Massimiliano Butio, Chierico Regolare di S. Paolo, Maestro d'Humanità nelle Scuole di S. Alessandro". Il Coldani dunque frequentava le scuole tenute dai Barnabiti presso la chiesa di Sant'Alessandro di Milano.

Per essere ordinato era anche necessario che il candidato dimostrasse di avere benefici ecclesiastici sufficienti al proprio mantenimento, eventualmente integrati con parte del proprio patrimonio. Il Coldani aveva ottenuto due benefici ecclesiastici: uno era un "titolo vitalizio di messe sessantotto da celebrarsi all'altare di San Theodoro nella chiesa parochiale di San Satiro" di Milano, alle quali era tenuto il marchese Cesare Brivio; il secondo era un "altro titolo di messe cento e settanta, per la celebratione delle quali" erano "obligati il Priore e Scuolari dell'Oratorio di Vizzolo, membro della Chiesa Prepositurale di Melegnano". Da apposita perizia la rendita dei due vitalizi risultava complessivamente di 257 lire e mezzo, ritenute insufficienti. Per poter essere ordinato, il Coldani aveva aggiunto alcuni beni propri, portando la rendita annua complessiva a 496 lire e mezzo.

Nuova notizia nel 1728. Nell'elenco dei cappellani dipendenti dal vicariato di Melegnano per motivo di beneficio o di residenza troviamo il Coldani: risiedeva a Milano, per ragioni di studio, e si faceva dire le messe nella chiesa di Vizzolo dai frati Serviti di Melegnano. Quali scuole ancora stesse frequentando nel 1728 non sappiamo.

(continua...)